considerazioni dopo lo “spazio di riflessione” di associazione metas: il corpo.

Spazio Riflessione 18/05 : IL CORPO. Alcune considerazioni in chiave autobiografica

Di Mariagrazia Tognolina.

Sulla percezione del corpo (input proposto all’inizio da Monica C. Massola).

Non mi sembra abbia fatto in tempo a puntualizzarlo, ma ho ancora in mente e molto chiaro il termine che avrei utilizzato se avessi preso la parola subito: la percezione del mio corpo l’avrei espressa con ‘corpo estraneo’.

Durante lo Spazio di Riflessione c’è stato chi ha parlato di ‘corpo assente/presente’, chi a proposito di tutto ciò che è (stato) il delirio del monito sulla distanza di sicurezza ha visto nascere una sensazione di ‘fastidio’ legato al corpo, al suo distanziamento. Per me non era fastidio, credo non lo sia mai stato. Piuttosto, qualcosa che ho sentito e ho vissuto come ancora peggio di un ‘fastidio’.

Nella fase di lockdown lo stare in uno spazio, da sola, ha generato in me una serie di compressioni, di oppressioni, un peso di tutto e del tutto sul mio corpo.

Non pero’, un corpo che ricordo come presente, piuttosto, un qualcosa di imprigionato. E tuttavia, quando ho provato a chiedermi (ricordo di essermelo chiesta un sacco di volte) che cosa è che mi faceva star male nel non potere uscire di casa, di tutte le limitazioni, ero più volte pervenuta alla risposta che l’origine risiedesse in qualcosa che aveva a che fare con l’essere imposto, dal non potere fare. Questo peso che portavo dentro, mi ha fatto vivere una condizione man mano crescente di estraneità, come se il mio io, il mio spazio interiore, il mio io corporeo, diventassero pian piano un qualcosa di estraneo a me.

Per me percepire il corpo come assente, estraneo dal tuo io è una condizione alienante, assurda, irreale più ancora che surreale.

Molto probabilmente, conoscendomi, avrei preferito, e di gran lunga, il fastidio, il nervoso, tutto fuorchè l’estraneità (che molto si avvicina all’indifferenza, al non-sentire).

Quando si è parlato ufficialmente di ‘fase 2’, qualificandola con un giorno, il 4 maggio, la sola possibilità di poter agire diversamente, ha cominciato a mettere in movimento le sensazioni descritte prima.

Ci sono voluti, però alcuni giorni di convivenza con ‘l’estraneo’, un momento di passaggio.

Dal 4 maggio ho iniziato a prendermi cura di due bambini dentro una famiglia: un nuovo luogo (spazio), una costruzione di una nuova relazione professionale educativa con i bambini, che inevitabilmente chiamava in causa la corporeità, i nostri tre corpi. La fisicità, tutto l’aspetto del non verbale, della gestualità da costruire, e la lettura che io stessa ho dovuto necessariamente compiere, ripensare, rivisitare a casa, prima, durante, dopo i momenti lavorativi. Dopo circa una decina di giorni, mi sono pian piano ri-appropriata di alcuni elementi di “estraneità”. Un riavvicinamento di me al mio essere corpo.

Lo Spazio di Riflessione Metas: da una sollecitazione iniziale si sono dipanati contributi intensi, potenti, densi, circolari, ma stavolta, (non la prima per me), qualcosa ancora oltre la circolarità: qualcosa che definirei più una spirale che via via cresceva come se un intervento richiamasse il successivo, e in chiave dialettica facesse crescere il tutto. Una sorta di un gioco alle freccette, dove tutte fanno centro, o dove tutte stanno bene ad uno sguardo di insieme, sia quelle che siamo abituati a vedere come al centro, appunto, sia quelle nei cerchi più periferici. Chiudendo gli occhi è una immagine che mi porto.

Se dovessi pensare, però, ad un elemento, uno su tutti che mi ha scavata quel tantino in più di altri, o in altri termini che ha alzato il tutto su un piano di significato e di lettura altro, per me a caldo e dopo ancora 48 ore di sedimentazione, è quello sottolineato da Roberto: il tema del DISPOSITIVO, sotteso, latente, ma anche esplicito, possibile di essere pensato. Leggere il corpo e la corporeità in futuro tenendo presente questo aspetto, significa porci la domanda (o aver ben presente la domanda) alla luce dell’elemento della RESPONSABILITA’. A chi (e come) viene relegata la responsabilità (dei servizi, di un ri-pensamento degli stessi nel periodo post-covid) e probabilmente con ‘servizi’ dobbiamo proprio includerli tutti e a tutto tondo.

Una rilettura del mio vissuto, quando ho sottolineato come durante il lockdown abbia sentito via via il mio corpo estraneo a me, dopotutto chiama in causa un ‘dispositivo di controllo’ di chi è / è stata la responsabilità di diffondere una certa tipologia di messaggio comunicativo (di un Governo che la veicola per ragioni di tutela di sanità pubblica, ok, ma poi ci puo’ essere una responsabilità del singolo rispetto ad interiorizzare, o rifiutare messaggi di questo tipo, o detto in altre parole, che effetti hanno prodotto?). Quale dispositivo ha agito? E’ questo che sta alla base della mia crescita di quell’assurda sensazione di estraneità corporea? Fin dove e fin quanto ha permeato le mie percezioni? E quelle degli altri, a larga scala?

Quanto agirà, appunto, il dispositivo nelle scelte future in termini di responsabilità, di chi progetta, di chi fa calare dall’alto norme e disposizioni, di chi per contro le “accetta”, o le “puo’/deve/vuole” ri-pensare?

Leggere il tema della responsabilità con la chiave di lettura del concetto di dispositivo mi fa dedurre una trasversalità a tutto: al corpo, al corpo soggetto, agito e in azione, nei servizi, ma anche fuori. Un possibile (ri)pensamento generale. Generale inteso anche come generalizzante, fino ad abbracciare la componente di rischio che ognuno di noi, come persona e come professionista decide/puo’ abbracciare, cogliere, o scartare, nell’intenzionalità di ogni gesto.

Un esempio auto-biografico: anche nel mio operare quotidiano, che è slegato da un servizio, (al di là di singole azioni professionali, quindi intenzionali) il dispositivo in chiave di responsabilità agisce, è presente più che mai. C’è una responsabilità che la famiglia e la sottoscritta si sono assunti, ma poi c’è tutta una molteplicità di azioni legate alle interrelazioni corporee che per il momento, a distanza di poco più di due settimane dall’avvio, trovano una pratica in azioni ‘vie di mezzo’: una modalità trovata di abbracciare e abbracciarci fisicamente da dietro (presa a prestito dall’intuizione di un’altra Educatrice), e tuttavia la fatica di dover dire ai bambini ‘manteniamo la distanza’, (ma con quale senso, poi?), per arrivare in momenti di affiancamento compiti a ridurre questa distanza. Cio’ che ti fa continuamente andare avanti e indietro nel tuo atteggiamento, non è forse il rimando alla ‘responsabilità’ che continua ad abitare il tuo pensiero, che lo abiterà tra aggiustamenti, pesi e contrappesi, insieme e sempre più all’idea che una parte di rischio è comunque connaturato?

Tra i mille spunti delle tre ore di Spazio di Riflessione (erano le 16,00 e non mi ero per nulla accorta, scivolate) e forse, senza forse anche quel tempo di condivisione mi è servito per ri-prendermi dei pezzetti di me fisico: (quando il tempo passa veloce e quando ti senti leggera subito dopo, qualcosa dimostra), ho colto un denominatore comune che ho cercato di illustrare sopra, fermo restando che proprio dall’ascolto di più sguardi diversi, diversificati, è possibile nominare una tua percezione, un tuo pensiero, un nuovo, meglio nuovi orizzonti di senso.

In quest’ottica il termine ‘distanza’ lo eliminerei dal vocabolario, lo affiancherei a quella di dispositivo, per ripescarla con ben altre valenze.

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