La solitudine dei servizi educativi

ARTICOLO DI ALICE ISGRò


Questo articolo nasce a seguito del bel lavoro di condivisione fatto oggi con altri educatori, pedagogisti e formatori grazie all’associazione Metas.

L’associazione Metas, cito dalla presentazione che trovate sul loro sito, si occupa di diffondere cultura sull’educazione e la pedagogia; creare occasioni di confronto e collaborazione tra soggetti del Mondo Profit e del Mondo No-profit, del Pubblico e del Privato, sostenere le persone in situazioni di fragilità, di difficoltà e di marginalità; favorire la messa in rete delle potenzialità e disponibilità individuali; creare occasioni formative interdisciplinari rivolte ad educatori, insegnanti, operatori sociali e volontari per il sostegno al ruolo e alle situazioni di difficoltà nelle quali questi ruoli si trovano ad operare; proporsi come luogo di incontro e di aggregazione nel nome di interessi culturali comuni assolvendo alla funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile, attraverso l’ideale dell’educazione permanente; porsi come punto di riferimento per quanti, svantaggiati o in difficoltà, possano trovare un sollievo al proprio disagio. 

Sono grata a tutte le associazioni, ai gruppi di lavoro che si stanno facendo carico di far circolare in modo consapevole il pensiero educativo, creando momenti di riflessione sull’educare in tutte le fasce d’eta.

In queste equipe dove circolano competenze e vissuti differenti si ha la possibilità di esprimere le proprie perplessità, delusioni, fatiche e anche gioie, sono momenti di forte condivisione importanti per ogni professionista

Il tema trattato oggi riguardava il corpo, e come ci sentiamo noi professionisti in questo momento di isolamento forzato, davanti alle linee guida che continuano ad avvicendarsi da parte del governo; come educare mantenendo il distanziamento sociale? Come mediare con il bambino, l’anziano, l’adulto con fragilità senza l’ausilio del proprio corpo?

Sono state molte le riflessioni bellissime a proposito, riflessioni che nascono non solo da formazione accademiche ma da una profonda conoscenza del lavoro su campo con le proprie utenze.

In questo nuovo percorso di educazione nelle distanze io mi sento spesso come l’eremita raffigurato nella carta dei tarocchi di Marsiglia, un vecchio che cammina nell’oscurità guidato dalla luce della sua sapienza e curvo su un bastone per la fatica. Quel bastone a cui si appoggia è anche il collegamento necessario tra la realtà del corpo e il mondo dell’incorporeo, collegamento tra il cielo e terra che lo àncora e allo stesso tempo gli permette di elevarsi. Come l’eremita in questo momento io procedo nel mio modo di educare, soffermandomi di tanto in tanto a condividere con altri su questo nostro cammino nella solitudine.

Perchè è difficile immaginare l’educare dietro a uno schermo, soprattutto per chi come me ha fatto della presenza, del corpo, del qui ed ora, la propria filosofia di vita. Nell’intendere la propria voce educativa nelle distanze vi sono anche dei vantaggi: si può decidere con chi condividere, si valicano le barriere dello spazio e del tempo con una facilità immediata, e tutto sembra a portata di mano.

Ma quando lo schermo filtra e media l’azione, il corpo che fine fa? Si può educare senza corpo? 

Questa domanda mi tormenta, sia a livello personale che professionale. Perchè posso essere un valido sostegno a distanza per adulti senzienti ma è personalmente deleterio e controproducente affidarmi agli schermi per sostenere la relazione educativa con i bambini. 

Perchè i bambini non hanno bisogno di schermi, sono corpo, carne e vissuti talmente potenti che non si possono ignorare. Quella che stiamo vivendo è una tragedia che imprimerà a fondo in ognuno di noi ferite che dovranno suppurare e essere medicate, e se i bambini in tutto questo potranno agire le loro paure e guarire le loro ferite tramite il gioco, mi domando come faranno gli adulti e tutti quelli che non sono capaci più di giocare a niente a stare bene in questo nuovo modo di essere.

La responsabilità dell’educazione non è solo dell’educatore, né del maestro o del professore. Educare è una faccenda che ci riguarda a più livelli tutti, perché è la comunità a dover essere educante, è la comunità che deve prendersi la responsabilità di colmare quella distanza tra noi e le nostre utenze, è un lavoro che per essere efficace dobbiamo fare tutti assieme. 

La psicomotricità è nata nel dopoguerra come metodologia di intervento davanti ai disturbi post traumatici causati dalla guerra, oggi forse dobbiamo continuare a concentrarci sul nostro modo di “fare” educazione, perchè i danni che raccoglieremo nei prossimi anni non saranno solo i bollettini giornalieri con la conta delle morti. 

Questa tragedia ha lasciato dei vuoti, colpito città e spazzato via generazioni. La paura sarà a lungo nei nostri corpi e nelle nostre memorie. Non possiamo credere che tutto torni come prima, ma altrettanto non possiamo pretendere che davanti a un tale evento tutti reagiscano nella stessa maniera, e per quanto faticoso e folle possa sembrarci dobbiamo sforzarci nuovamente di sospendere il giudizio e diventare agenti di un cambiamento fatto di buone pratiche.

Diamo l’esempio, sempre, non arrendiamoci davanti alle ingiustizie, ma forse piuttosto che ingaggiare discussioni fatte di parole, permettiamo all’esempio dei nostri gesti e dei nostri corpi di parlare per noi, non dimentichiamo mai l’insegnamento dell’eremita, la ricerca deve continuare guidata dal nostro esempio e dalla nostra buona volontà.

Continuiamo a giocare, resilienti e resistenti come papaveri che crescono nell’asfalto, continuiamo ad educare, ognuno con le risorse che può, senza dimenticare che l’unico obiettivo che ci deve guidare è la costituzione di una società migliore, di un benessere globale che per primi investe anche noi.

Il problema non sono le lacrime dei bambini, ma la capacità degli adulti di essere il fazzoletto che asciuga le loro lacrime

Nicolodi

(articolo pubblicato su http://educalice.com/2020/05/18/la-solitudine-dei-servizi-educativi/ )

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