troppo edu e poco smart

di Valentina Re

Siamo con un piede fuori, ne pare. Educatori di tutto il mondo RIUNITEVI! 

Lockdown in dirittura di arrivo da qui a qualche settimana ci sono buone probabilità che si ritorni ai nostri cari incontri protetti in loco e alla nostra fedelissima adm.

Finalmente, dopo tre mesi di lavoro in remoto, di “facciamoci sentire” di “l’educazione non si ferma” di “lavorare così è come lavorare a metà” e ancora di “il nostro lavoro si basa sulla relazione, sul contatto, sulla vicinanza, come facciamo ad essere efficienti?!”

Eccoci accontentati!

Quanto ci piace crogiolarci nella nostra stessa acqua pazza, impanandoci di domande esistenziali e friggendo pensieri e riflessioni conditi con quel male di vivere che tanto odiamo e tanto ci fa sentire al sicuro perché così profondamente abituati a conviverci.

Quanto ci siamo lamentati in questi mesi? Io per prima e’, che sia chiaro. 

Sono andata avanti per settimane a ondeggiare nella mia scissione: mollare il colpo o tirare la cinghia?

E ovviamente, non ne sono ancora uscita.

Sono stati indubbiamente mesi complessi, conciliare il lavoro da casa con l’ essere mamma (insolitamente da casa), le lezioni online, i compiti e lo stress in accumulo di una bambina di 6 anni che è stata costretta a sopportare la sua lagnosa e stanca mamma.

Come in tutte le situazioni però la resilienza porta ognuno di noi a ricostruire un equilibrio e a rimodulare una struttura in qualche modo stabile che possa tenere in piedi il nuovo assetto, che ora è già diventato vecchio per cui interamente da rifare.

Sono stati mesi difficili anche per la riformulazione della mia professionalità, chiaramente il destino (o la sfiga) non si ferma come tutta Italia ha fatto e con lei le emergenze che si sono susseguite; collocamenti, adolescenti alle prese con esami e tesine, famiglie sul lastrico e nuclei interi sull’orlo di una crisi di nervi.

Ho più volte avuto la sensazione di sentirmi un’educatrice alle prime armi, cosa dovevo fare?

La mia mania di controllo e ansia da prestazione mi hanno condotto verso il delirio della gestione del tutto (sia a livello professionale che personale) arrivando poi alla consapevolezza di dover necessariamente ricalibrare i miei interventi perché con il cambio del setting è stato inevitabile una ricostruzione delle regole e dei tempi, miei e dell’altro.

Ho sentito molto più di prima il bisogno di confrontarmi con colleghi, sia in situazioni di comfort, quali le mie equipe (che ringrazio perché sono state una presenza fondamentale) sia in occasioni differenti con colleghi a me sconosciuti.

Questo mi ha condotto verso nuove prospettive e verso una nuova consapevolezza di me, del mio bisogno di riconoscimento, della mia prepotenza nel chiedere e pretendere che l’ altro mi conduca verso una crescita, aiutandomi a compiere un salto evolutivo e una continua metamorfosi della mia identità professionale, accorgendomi di quanto non mi basto mai e di come questo mi traghetti verso la delirante pretesa che, anche le persone con cui ho a che fare, corrispondano alle mie aspettative.

Siamo stati, o forse ci siamo noi stessi, bombardati di stimoli, ci sono state giornate in cui la sera non ho nemmeno spento il telefono di lavoro perché la mia assenza fisica mi imponeva la presenza virtuale in maniera costante e senza orario… ci ho messo settimane per riprendermi il mio tempo e per considerare lo smartworking come un lavoro a tutti gli effetti, tanto quanto quello “dal vivo”. 

Sentivo che stavo perdendo un occasione, ma non capivo come renderla tale.

Ad oggi, con non poca fatica, sento di aver imparato, anzi, di aver preso consapevolezza (perché non sono sicura di averlo imparato davvero) che posso essere inutile e in questa inutilità al contempo riuscire a percepirne un senso. Mi spiego; quando sono in servizio (che sia adm, o spazio neutro ma valeva anche per quando lavoravo in comunità) per esempio, mi sento sempre molto allertata, anzi no, percettiva direi. 

È come se i miei sensi siano tutti sotto effetto della criptonite diciamo, osservare, ascoltare, comunicare, prestare attenzione ad ogni minima alzata di sopracciglia ed essere sull’attenti per contenere, ridimensionare, e condurre l’ incontro nel migliore dei modi… insomma pronta ad intervenire al primo accenno di quello che da me veniva considerato un sintomo allarmante.

Il lavoro in remoto mi ha insegnato a guardare di più e a parlare di meno. 

In varie occasioni ho avuto la percezione che la situazione dietro lo schermo stesse per degenerare e io lì, immobile, distante, totalmente inutile perché la mia voce non apportava alcuna modifica a quella tensione e rimanevo così; inebetita.

Ma quanto è stata preziosa quell’osservazione? 

Quanto mi ha permesso di conoscere aspetti che prima mi erano sfuggiti, dinamiche in azione che forse non avrei mai potuto verificare perché anche loro, le persone con cui lavoriamo, forse si sentono meno giudicate dietro uno schermo e quindi più libere di mostrare anche quel peggio che davanti a noi tendono a tenere sopito.

L’ importanza di prendersi del tempo per essere spettatrice rimanendo in ascolto non solo dell’altro, ma anche di cosa, di quali emozioni, l’ altro muove in me.

Molto interessante, come direbbe uno dei miei maestri.

Succede poi che decido di partecipare ad un incontro, ovviamente in remoto, con colleghi a me sconosciuti e fare due chiacchiere su come si sta gestendo questa situazione (un tema nuovo insomma..). 

All’interno di un confronto dico “sono cambiati i bisogni” e poco dopo vengo sollecitata da una domanda di un collega che si chiede se siano davvero cambiati i bisogni o se è cambiata la lente con cui noi li guardiamo.

Di nuovo sento di star entrando in contatto con un differente tipo di sguardo, oppure con lo stesso ma attraverso una lente sconosciuta, appunto, a cui forse non so ancora dare un nome, ma sento che c’è dinamicità e movimento dentro questa pesantissima staticità in cui mi par di galleggiare, e ne sono grata.

Per ultimo, ma non per importanza, eccomi catapultata in una supervisione un po’ improvvisata, in una settimana piena di sconforto e tristezza in cui sento, per la prima volta nominare “il diritto alla ricaduta”

Che pace in queste parole.

La ricaduta vista come un diritto e non un errore, la ricaduta che spesso viene giudicata come alibi, può trasformarsi in occasione, con tutto il dolore e la delusione che porta con se, che non si dimentica, ma che al contempo non cancella mesi, a volte anni, di un percorso costruito, fatto e vissuto con impegno, sia per noi che per le famiglie con cui lavoriamo.

Me lo sono ripetuta spesso in questi giorni, come educatrice ma anche, anzi, soprattutto, come persona. 

Quante volte siamo ri-caduti nello stesso “errore”, quante volte ci siamo cascati di nuovo in qualcosa in cui ci eravamo ripromessi di non scivolare più?! 

E quante volte ci siamo puniti e giudicati con severità per l’inadempienza e l’angoscioso senso di inadeguatezza che abbiamo sentito e con cui abbiamo convissuto?!

Per la troppa rabbia, per l’incapacità di chiedere scusa, per il non riuscire a portare qualcosa a termine o ancora per il non essere in grado di prendere una decisione coraggiosa davanti ad una scelta che interpone il nostro benessere a quello di un altro.

Non è stata immediata questa consapevolezza che mi ha portata oggi a scrivere, con il fine di ordinare per poi poter condividere, nella speranza di generare nuovi confronti, questi pensieri e questi nuovi apprendimenti “figli” di una condizione imposta e di uno smartworking che inizia a diventare sempre più complesso da gestire, mi ci è voluto tempo per ordinarli e montarli in un formato che spero possa essere comprensibile a tanti.

Ringrazio tutte le persone che hanno contribuito, anche se inconsapevolmente, allo sviluppo dei contenuti di questo lungo pezzo (a proposito di aver imparato a parlare meno..), le vostre considerazioni e i vostri pensieri sono stati per me fonte di riflessioni in continuo sviluppo che si sono fatte spazio, prendendo via via una forma sempre più definita nonostante la stanchezza che il sottile ma costante macinare ha prodotto.

Siamo pronti colleghi, siamo pronti per ripartire (ma ci siamo mai fermati?!), con il nostro bagaglio sicuramente più ricco di prima, una ricchezza che voglio credere non sia appesantimento ma leggerezza, autoironia, un po’ di inutilità e capacità di trasformazione…

Chissà se magari, tra qualche mese, potremmo dirci capaci di decidere che un intervento possa avere una potenza maggiore in remoto che di persona, già, chissà…

E comunque, come dice un collega, a cui l’ironia di certo non manca, in educazione vale tutto, sempre.

Non voglio augurarvi un buon inizio questa volta, preferisco augurare a voi e a me, delle buone e magari pure divertenti ricadute, degli scomposti e stonati scivoloni da cui rialzarsi, senza nascondere i segni che hanno lasciato ma la difficile e al contempo meravigliosa capacità di farci sopra una delicata carezza.

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